E ora libertà per tutt* notav!

Ci giunge in questo momento la notizia che il Tribuanle del Riesame di Torino ha accolto la richiesta degli avvocati dei notav ancora detenuti e colpiti da provvedimenti restrittivi della loro libertà.

Giorgio Rossetto e Luca Cientanni escono dalle prIgioni dove sono detenuti per gli arresti domiciliari presso le loro residenza.Guido Fissore risulta completamente libero senza piu’ restrizioni. Anche per gli altri notav ancora con obblighi di firma o residenza sono state accolte le richieste dei legali.

Jacopo e Gabriela potranno avere maggiore libertà di circolazione, con l’esclusione di accesso alla sola Val Susa (si mantiene dunque il carattere politico delle prescrizioni). Simili provvedimenti hanno toccato altri militanti notav.

Ora si pretende la liberazione di tutti idetenuti ancora dietro le sbarre, Maurizio e Marcelo a Milano, Alessio a Torino e Juan a Trento.

E si pretende anche la concessione (almeno) del permesso di recarsi al lavoro per Antonio Ginetti di Pistoia da oltre una settimana in sciopero della fame.

Sulle inique condizioni di detenzione di alcuni detenuti NOTAV vedi anche l’articolo di Massimo Zucchetti  uscito ieri su Il Manifesto.

Ottime notizie che senz’altro renderanno la prossima tre giorni NoTav a Chiomonte ancora piu’ allegra e determinata.

 

Maggiori aggiornamenti nel corso della giornata su www.notav.info

 

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Grande concerto No Tav venerdì 25 maggio al Csoa Askatasuna di Torino, quando saliranno sul palco di corso Regina M. 47 i BULL BRIGADE,  punk band torinese nata nel 2006 sulle ceneri dei Banda Del Rione e del ritmo vagamente street rock’n'roll dei Bad Dog Boogie.
E’ da ritenersi la nuova voce che si erge dalle strade di Torino e che  continua la tradizione punk/HC del capoluogo piemontese.
Il ricavato della serata servirà per permettere al Comitato Restiamo Sani di Montanaro di stampare il documento “SALUTE PUBBLICA E SMARINO” , in cui i medici di base di Montanaro denunciano la pericolosità dello Smarino proveniente dai cantieri della Tav.

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[Editoriale di www.infoaut.org ]In questi giorni si è fatto un gran parlare di un episodio di scarsa rilevanza politica, sociale e persino sanitaria, il ferimento alla gamba di un dirigente dell’Ansaldo, a Genova. Il ministro Cancellieri lancia messaggi intimidatori ai movimenti, mentre il povero Bersani rispolvera tentativi di limitare l’espressione del dissenso, degni di una Germania d’Autunno da operetta. E noi, che facciamo? Beh, non possiamo che mandare i nostri auguri a loro e a Monti, che vive in un paese pieno di disagio sociale: riusciranno i nostri eroi nella titanica impresa di convincere le italiane e gli italiani (e le immigrate e gli immigrati) che un vita migliore è compatibile con la loro presenza in questo sistema solare? Ben altre, rispetto al ferimento di Genova, sono le preoccupazioni reali delle persone che, in un modo o nell’altro, vivono cercando di pagare un debito, o cercano un lavoro che permetta loro di arrivare alla fine del mese. Lo dimostra il fatto che dalle agenzie delle entrate a Equitalia, dalle sedi di comuni e regioni alle ferrovie, fino alle curve degli stadi, la casta italiana e i suoi tentacoli strozzinari sono sotto attacco diffuso con manifestazioni, contestazioni, incursioni e assalti: l’Italia degli sfruttati ribolle di rabbia. La casta giornalistica è, in questo scenario, tutta votata al tentativo di fornire alle vittime una distrazione dai propri problemi, al costo di 1.50 euro (o del canone RAI, o di un quintale di pubblicità): in questi giorni i suicidi e le manifestazioni sono diventati notizie datate, presto lo diventerà anche la rivendicazione del ferimento di un manager.

Distrazioni che durano poco, il tempo della lettura di un articolo, il tempo per gli infermieri di estrarre una pallottola. Bersani si è ricordato degli operai, all’epoca della riforma del lavoro, recandosi in visita all’Ansaldo per dire loro che occorre fare attenzione “alle parole che si usano”, affinché i “terroristi” non abbiano “l’acqua in cui nuotare”; la Cancellieri ne ha approfittato per attaccare il Movimento No Tav, “madre di tutte le preoccupazioni”. Gli squali della politica sanno che l’episodio di Genova non ha alcuna connessione reale con le proteste sociali che hanno luogo in Val Susa come a Genova o nel resto d’Italia, da Napoli a Termini Imerese; ma sanno anche che l’eco del gesto può essere usata contro di esse. State zitti adesso, e sentitevi controllati – dice la politica di palazzo – in Val Susa e altrove. Ma non è così che funziona: non stiamo e non staremo zitti, e queste dichiarazioni sono espressione della difficoltà che il governo ha con il carattere capillare delle proteste vere, quelle sociali, e della necessità di trovare occasioni buone per (1) instillare la paura dei movimenti e dei militanti antagonisti nella popolazione, affinché li percepisca come dei fanatici pronti ad agire come solitari, anche in contrasto con le sensibilità di chi sta iniziando a far sentire la propria voce e (2) sbandierare una maggiore militarizzazione degli spazi urbani, che sarà in realtà inesistente, per ridurre invece ulteriormente l’agibilità del dissenso con i già notevoli effettivi dispiegati sul campo, ben prima di questo episodio.

Questo non vuol dire, si badi, che dietro l’azione di Genova sia da vedersi una “mano occulta”, magari legata genericamente “allo stato” o “ai servizi”. Tutt’altro: c’è la mano di chi, prigioniero del proprio autismo più che delle indubbie coercizioni della società contemporanea, ha creduto con questo gesto di poter insegnare qualcosa ai movimenti e ai militanti che agiscono nelle lotte. Non agli altri, si badi: della società multiforme e complessa, meraviglioso bacino di insorgenza delle lotte, unica possibile fonte del cambiamento, nulla interessa alla FAI. Il “consenso” e i “cori in mezzo ai cortei” sono cose da poveracci, perdite di tempo: molto più sensato è il bel gesto “nichilista”, l’illuminazione che viene da chi ha avuto il colpo di genio di comprendere ciò che nessuno aveva compreso. Impostazione quanto mai ideologica, e presuntuosa, intrisa di quell’individualismo esasperato e venato di narcisismo che vede, con la tipica declinazione di una dottrina astratta, semplici casi di “alienazione” (politica? mentale, forse?) nelle altre forme di protesta.

Allora anche un episodio irrilevante può essere occasione per ricordare – non lo si fa mai abbastanza – che la distruzione dell’esistente, se mai sarà possibile, sarà prodotta da mutamenti nei rapporti di forza in seno alla società, che siano in grado di provocare una trasformazione della società tutta. Non possiamo sapere se riusciremo in questo intento, né quando ci riusciremo, ma sappiamo che soltanto allargando i margini della rabbia, coinvolgendo nuove persone (migliaia, milioni di persone) nelle proteste, riproducendo forme di resistenza diffuse e di massa avremo chance di vittoria. Tutto il resto è guardarsi l’ombelico pensando di fare altro, e magari guardarselo in televisione, come chi ha scritto la rivendicazione in questi giorni sta facendo: i media, grande satana contro cui spesso si scagliano i (grezzi) strali di alcuni, diventano unico interlocutore di fatto per pratiche pensate esclusivamente entro una consapevole cornice spettacolare, e dunque prive di qualsiasi autonomia sul piano del rapporto tra forze vive e merci. Un’ambivalenza, quella dei media, e quella dell’autonomia delle pratiche dalla loro vendita narrativa, che vive chiunque agisca nelle lotte; ambivalenza che si annulla là dove chi agisce desidera di fatto scomparire interamente dentro i meccanismi della notizia o del flash, come accade in questo caso e come era già accaduto, su altri versanti, ai tempi dei finti scontri a mani alzate contro (?) la polizia.

L’indipendenza della prassi dalle forme di mera rappresentazione del conflitto, e della sua riproduzione esclusivamente commerciale, è un presupposto, a ben vedere, dell’affermazione rivoluzionaria dei soggetti sociali, che è tale soltanto se è di massa: dell’autonomia, del comunismo o dell’anarchia di quattro sfigati non importa niente a nessuno. Accostare antagonismo e consenso dovrebbe essere, anche per questo, l’ossessione quotidiana di un militante o di una militante rivoluzionari: se non altro perché il potere democratico/consumistico cerca da sempre di impedire il pericoloso connubio tra desiderio di trasformazione e contaminazione sociale di questo desiderio, ben sapendo che in questa idea soltanto è scritta la parola della sua fine. Ogni giorno, in ogni pratica di liberazione, di aggregazione sociale e di azione diretta, dobbiamo porci l’obiettivo di sfatare il mito per cui cercare consenso equivale ad ammorbidire le posizioni, mentre mantenerle antagoniste significa rinchiudersi in un ghetto e, questa volta sì, nell’alienazione (sociale: inavvertitamente o con entusiasmo, a seconda delle ideologie di provenienza). Se insistiamo sul concetto di autonomia, fino a scriverne il nome sulle nostre bandiere, è perché desideriamo abbastanza la distruzione dell’ordine esistente delle cose da porci effettivamente, e senza simulazioni, il problema della sua realizzazione: i soggetti delle lotte devono riuscire a sperimentare forme di mobilitazione che incrinino i rapporti di forza esistenti nella società. Là dove non ci sono soggetti sociali, ma monadi individualistiche, e non ci sono lotte o conflitti, ma gestualità spettacolarizzanti, la questione dell’autonomia neanche si pone. E ciò per un motivo semplice e importante, che è il vero fulcro di tutta questa irrilevante faccenda: che là dove regna l’autismo non si pone, in primo luogo, il problema della vittoria.

www.infoaut.org

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Voi non potete fermare il vento… gli fate solo perdere tempo.

Abbiamo ricevuto questa mattina la triste notizia dell’incendio che ha distrutto il Csoa Cartella di Reggio Calabria. Le scritte ritrovate al suo interno non lasciano dubbi sulla matrice dell’attentato: i responsabili sono fascisti.  Questo gravissimo atto ha suscitato in noi tutti e tutte un sentimento di stupore e rabbia, perché ha colpito un luogo di aggregazione, lotta e sperimentazione politica che nonostante la distanza geografica, sentiamo molto vicino, perchè nelle lotte e nella solidarietà ai compagi arrestati ci hanno dimostrato quanto sia importante e unica la parola “compagni” .

Come Centro sociale Askatasuna esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza ai compagni e alle compagne del Csoa Cartella, ben sapendo che non potrà mai essere un vile attacco fascista a fermare o impedire lotte e battaglie costruite in 10 anni di occupazione e presenza sul territorio; e che la generosità e la determinazione che vi contraddistinguono sono la forza che nessun incendio potrà mai distruggere.

SOLIDARIETA’ AL CSOA ANGELINA CARTELLA!

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

 

Centro sociale Askatasuna

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Continua la campagna No Isol sul carcere di Saluzzo in particolare sulla Sezione Isol che vede detenute al suo interno 12 persone indagate.

Tra questi 12 detenuti c’è anche Giorgio, militante No Tav, arrestato il 26 gennaio scorso a seguito dell’operazione messa in piedi dalla procura di Torino e volta a criminalizzare il movimento che si batte contro la costruzione dell’Alta Velocità in Valsusa.
Tutti i detenuti dell’anomala Sezione Isolamento sono ancora indagati, quindi in attesa di giudizio, ma si trovano a subire una situazione di fatto punitiva e persecutoria.
Nei mesi scorsi, a seguito di un comunicato scritto dagli stessi detenuti della sezione, è stata pubblicamente denunciata attraverso la campagna No Isol l’assurda situazione in cui si trovano costretti a vivere.
Il successivo eco delle ispezioni, le interpellanze e l’enorme solidarietà che si è mossa grazie alla rete che si è creata all’esterno del carcere , ha fatto sì che la direzione carceraria optasse per una ancora maggiore restrizione della libertà dei 12 detenuti.
A questi viene tutt’oggi negata la possibilità di partecipare alle attività ricreative e di socialità all’interno del carcere, vengono loro ridotti gli spazi di agibilità, viene addirittura negata la possibilità di recarsi a messa con gli altri detenuti e il tutto all’interno di una sezione d’isolamento, dove massima è la sorveglianza da parte delle guardie carcerarie.
Se disumane sono le condizioni di vita all’interno di tutte le carceri italiane, qui si aggiungono delle aberrazioni disciplinari che non possono essere tollerate.
Occorre spezzare questo isolamento e questa situazione di abuso.
Tutti e tutte in presidio, venerdì 18 maggio
Ore 21, Carcere di Saluzzo via Regione Bronda 19/b
Qui di seguito pubblichiamo i link alla vecchia campagna:
il comunicato dei detenuti
il report del precedente presidio
lettera di Giorgio dal carcere sulla campagna NO ISOL
sulla censura
annulamento provvedimento censura

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[da Infoaut-Storia di Classe] Il 12 Maggio 1977, il colpo mortale dalla calibro 22, a soli 19 anni, Giorgiana lo ricevette dalle “Squadre speciali di polizia” sotto gli 12 maggioordini della violenta e feroce repressione del ministro degli interni e capo della Gladio, Cossiga.

In quel giorno a Roma, il Partito Radicale organizzò una manifestazione in Piazza Navona, per celebrare il terzo anniversario della vittoria al referendum sul divorzio. Opponendosi al divieto imposto da Cossiga, di manifestare per chiunque non facesse parte della cerchia istituzionale, caldamente accolto dall’asse del “compromesso storico” DC-PCI; i manifestanti si riversarono nelle piazze.

Quel lungo pomeriggio vide la resistenza alle numerose cariche, le molte barricate erette vicino Campo dei Fiori e il lancio di bombe incendiarie e colpi d’arma da fuoco tra i manifestanti e le forze dell’ordine, che quel giorno raggiunsero il numero di circa 5000 tra poliziotti in assetto antisommossa schierati a reprimere ed agenti in borghese infiltrati con pistole e spranghe.

L’omicidio di Stato si compì nei pressi di Ponte Garibaldi ,dove due grosse motociclette dei vigili urbani montate da tre vigili in divisa e un uomo in borghese, arrivarono sul lungotevere all’angolo con piazza Belli. Un vigile scese, impugnò la pistola e sparò ad altezza d’uomo, in direzione dei dimostranti in piazza Belli, dove Giorgiana venne raggiunta da un proiettile.

Le testimonianze sono concordi: i colpi vennero sparati da ponte Garibaldi, dove in quel momento, al centro, si trovavano carabinieri e poliziotti appoggiati ad una o due autoblindo.

Queste le parole di Lelio Leone, a testimonianza dell’accaduto: Ho assistito personalmente al momento in cui Giorgiana cadeva. Siamo arrivati all’imbocco del ponte Garibaldi nel momento in cui la polizia arretrava verso Largo Arenula. Ci siamo spinti in avanti, fino alla metà del ponte, proprio al centro. La polizia intanto caricava alcuni compagni che scappavano nella direzione di Largo Argentina. Sul ponte non c’era nessuno. Saranno passati un paio di minuti e la polizia è tornata indietro, caricano un’altra volta nella nostra direzione. Ci si è fermati prima all’imbocco del ponte, dall’altra parte di Piazza Sonnino. Poi la polizia ha caricato una seconda volta… con le autoblindo. Correvano ed hanno sparato molto; pochi lacrimogeni e molti colpi di arma da fuoco. Insieme a me in quel momento c’erano una decina di altre persone. Gli altri compagni, all’altezza di largo Sonnino stavano formando delle barricate con delle auto. Abbiamo avuto difficoltà a scappare oltre queste barricate che dietro di noi i compagni avevano eretto. Lì c’erano mille compagni che scappavano. Assurdo dire che i colpi siano venuti dalla loro parte: io ero uno degli ultimi ed ho visto tutti con la schiena voltata. Sono stato colpito ad una gamba da un lacrimogeno, mi sono piegato e sono stato costretto a voltarmi. Ho visto tutto: una compagna, Giorgiana, correva ad un metro e mezzo da me. E’ cascata con la faccia a terra. Ha tentato di rialzarsi, a me sembrava inciampata. Poi l’abbiamo soccorsa e caricata su una Appia. L’abbiamo portata all’ospedale. Una cosa voglio sottolineare. Giorgiana era vicino a me, in un gruppo che scappava oltre le barricate che un migliaio di compagni avevano fatto più avanti. Radio Città Futura ha detto che è stata colpita al ventre: la cosa mi ha lasciato molto perplesso. I colpi venivano solo dalla parte dove c’era la polizia. Assieme alla polizia c’erano molti in borghese. Quelli in divisa erano sulle autoblindo, con le finestre aperte. Alla metà del ponte ci sono due rientranze in muratura: lì si sono appostati quelli in borghese, ed hanno sparato.”

Le indagini che seguirono la morte, videro l’avvocato Luca Boneschi battersi per la verità, ricavandone una denuncia per diffamazione dal giudice istruttore Claudio D’Angelo, che nel Maggio 1981 archiviò il caso.

Anni fa si tentò inu­tilmente di far ripartire il proces­so, consegnando un’istanza di riapertura dell’istruttoria, nella quale si puntava sulle molteplici testimo­nianze di chi aveva vi­sto le forze dell’ordine sparare ad altezza d’uomo su ponte Gari­baldi. Quel giorno in piazza c’erano quasi sessanta agenti senza divi­sa, molti di loro mai interrogati dalla magistratura, gli unici inter­rogati dissero all’unisono che erano arrivati a ponte Garibaldi a incidenti terminati.

Cossiga, in un’intervista del 25 gennaio 2007 dichiarò di essere una delle cinque persone a conoscenza del nome dell’assassino.

Paradossalmente, l’unico im­putato della vicenda Masi è rima­sto proprio l’avvocato Boneschi. Fu denunciato da D’Angelo per­ aver accusato il medesimo di non avere fatto abba­stanza per pervenire alla verità.

Com’è accaduto e accade troppo spesso in Italia, non si è mai trovato il colpevole.

A Giorgiana :

“Se la rivoluzione di Ottobre fosse stata di Maggio,

se tu vivessi ancora,

se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio,

se la mia penna fosse un’arma vincente,

se la mia paura esplodesse nelle piazze,

coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola,

se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza,

se i fiori che abbiamo regalato alla tua coraggiosa vita nella nostra morte

almeno diventassero ghirlande nella lotta di noi tutte donne, se…

Non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita,

ma la vita stessa, senza aggiungere altro.”

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Grande scoop di Cronaca qui oggi che tra le sue pagine pubblica un articolo dal titolo I No Tav pronti all’offensiva ma mancherà Askatasuna.

113 righe (il numero non è un caso…) dove il giornalista in questione Bardesono si lancia in una lettura della fase del movimento notav e del centro sociale Askatasuna, inserendo analisi prospettive e virgolettati.

” I sevizi di intelligence” del giornalaccio torinese citano una nuova manifestazione per giugno in Valle citando il sito notav.info (non ve n’è traccia….) dove arriveranno per la grande offensiva contro il cantiere migliaia di riottosi, ma forse, si chiede il pennivendolo, “nella conca che separa Giaglione da Chiomonte, potrebbero mancare i militanti del centro sociale Askatasuna. Questa è la novità[...]. Infatti le informazioni di cui è venuto in possesso il giornale dicono chiaramente che ” all’interno del più noto centro sociale torinese si starebbe sviluppando un dibattito che vedrebbe due fronti contrapposti. Uno maggioritario, che farebbe capo a Lele Rizzo, uno dei leader più dinamici del centro, propenderebbe per “sfilarsi dalla protesta attiva della Val Susa” (virgolettato del giornale…) una seconda, decisamente più minoritaria e più vicina all’antagonismo anarchico vorrebbe proseguire “la lotta”. E via discorrendo con le motivazioni della mia scelta e del gruppo che capeggio, cioè troppe denunce, rischio di arresti e soprattutto se così avvenisse ” si aprirebbero nuovo prospettive per i militanti di Askatasuna“.

Insomma l’articolo lo allego qui al fondo cosicché tutti possano fare due risate ma è singolare come la pubblicazione di così “tanta analisi” fondata sul nulla sia stata pubblicata sul giornalaccio metropolitano.

Sarà che i servizi sono sempre deviati e lo sono anche quelli di Cronaca qui? O piuttosto l’articolo è una marchetta commissionata da qualche questurino o da qualche parlamentare che non sa più che pesci pigliare?Sarà forse che quello che fa Askatasuna rappresenta un problema per chi gestisce il potere in città e ovunque?Mah a me vien dar ridere, ma volevo far partecipi tutti di questo fatto.

Mi spiace per Cronaca qui, il questurino, o il politico di turno ma noi il posto in cui stare lo sappiamo sempre bene ed è sempre quello giusto. Da mesi abbiamo udienze nei tribunali, due nostri compagni sono ancora in carcere, il primo maggio mentre Fassino sfilava protetto dalla polizia avevamo quattro compagni fermati in questura eppure abbiamo portato a termine la manifestazione non rinunciando a uno solo degli obbiettivi che ci siamo prefissati…quindi paura di chi? Paura di cosa?

Ci vediamo nei soliti posti…

L.R.

 

 

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